Una favola

Caro Direttore ti voglio raccontare una favola.

Faccio il volontario in ambulanza (leggi "soccorritore") una volta a settimana, ieri sera ero di turno.
Il prologo sono state due ore di attesa al pronto soccorso aspettando che accettassero il ns paziente sofferente più per il tempo che passava che per il tamponamento appena subito.

Il primo tempo della favola comincia con una chiamata codice "verde" per una signora con malore generico.
Verde vuol dire andate senza sirena, non è urgente.
Arriviamo (io, e il mio equipaggio: Claudia, Giovanni e Romano) saliamo in casa e entriamo nella camera da letto dove la signora era sdraiata seduta.

Ad ogni cosa che facevamo rispondeva sempre con un "grazie" ed un sorriso.
Con una dignità d'altri tempi cercava di nascondere la sofferenza, ma si vedeva che stava male davvero, che ogni respiro le costava fatica, figuriamoci il dire "grazie". Aveva, per non dar fastidio, minimizzato anche al telefono i suoi sintomi quasi come quando si cammina in punta di piedi per non far troppo rumore, nonostante in effetti la sua vita fosse in pericolo immediato davvero.

Così mentre le misuravamo la pressione ed altre cosette, mentre le spiegavo che le mettevo la mascherina dell'ossigeno, che da un po' fastidio ma serve davvero tanto perché il suo cuore aveva deciso di fare un po' i capricci, cercavo di distrarla e tranquillizzarla e le dicevo "signora non mi dica sempre grazie, già solo un suo sorriso per noi è una gioia".. e lei mi rispondeva "va bene, Grazie" strappando a me stavolta un sorriso.
Durante il trasporto fino all'ambulanza e poi a sirene spiegate verso l'ospedale più vicino appena il dolore glielo
consentiva ci regalava un altro sorriso.

Attraverso la mano che le stingevo, un po' per rubarle senza farmi troppo accorgere la percezione del battito cardiaco un po' per darle la sensazione anche fisica pelle contro pelle che qualcuno la stava sostenendo di non preoccuparsi, era lei che mi comunicava "stai tranquillo non disturbatevi"
Grazie, grazie a te signora dignitosa e forte. Grazie di avermi mostrato come anche nel peggiore dei momenti si possa essere umili e sorridenti e non cedere invece al vittimismo, troppo spesso comune anche nei momenti in cui è ingiustificato.

Il secondo tempo della favola è una chiamata per un paziente psichiatrico, in arrivo la Polizia.

Queste chiamate sono spesso presagio di persona violenta, spesso disturbata, che rifiuta di curarsi. Arriviamo in
contemporanea alla volante della Polizia.
Quinto piano, si sale sempre a piedi che urgenze e blocchi dell'ascensore non vanno d'accordo. Arriviamo sul
pianerottolo dove ci era stata segnalata una persona a terra.
Non c'è nessuno. Dopo poco si apre una porta e una ragazza e il marito ci invitano ad entrare. In quei casi fino a che non si capisce che succede è meglio stare attenti.

Entro per primo, mi trovo in un salotto con un signore anziano sul divano, al fianco una signora che lo conforta. La ragazza che mi aveva aperto si risiede dall'altro lato, una ragazzina sul bracciolo.
Mi dicono "e' lui".. Non capisco.. chiedo "sta male? Che è successo?" scopro così che hanno trovato questo signore sul pianerottolo, confuso, disorientato.
L'hanno invitato in casa, gli hanno dato da mangiare qualcosa di caldo e se lo coccolavano sul divano in attesa che
arrivassimo noi, sedendo con lui anche se si sentiva dall'odore di urina che era qualche giorno che stava per strada.

Il ragazzo che ci aveva accolto, uno di quelli tutti tatuati sulle braccia, non stava spaccando teste come un hooligan impazzito ma stava caritatevolmente preparando il thè caldo per tutti.
Inginocchiato di fronte all' anziano signore, mentre valutavo pressione e solite cose, mi sono accorto che portava un bell'orologio, che la camicia era sporca sui polsini ma era vestito bene e pulito in altre parti.
A tutti è venuto il dubbio se si fosse perso, magari vittima di una amnesia, dell'alzheimer, di una confusione
momentanea.

Il capopattuglia della Polizia cercava di farsi venire in mente se nella zona c'era qualcuno che ogni tanto "si perdeva", se potesse per caso vivere in qualche centro. Il signore purtroppo ci dava solo indicazioni confuse e diverse ogni volta. Tra le lacrime della madre dei due ragazzi che ci hanno accolto in casa loro abbiamo deciso di portarlo al pronto soccorso in ogni caso per verificare lo stato di salute (un paio di parametri erano lievemente sballati) e vedere se magari era già stato curato li.

Il poliziotto si è offerto di scortarci prima presso un centro accoglienza di cui conosce il direttore per vedere se magari l'avessero già visto lì. Purtroppo non l'hanno riconosciuto, ma i ragazzi della volante ci hanno accompagnato in ogni caso al pronto soccorso e hanno continuato a cercare di scoprire come aiutarlo. Noi.. noi non sappiamo mai come va a finire, facciamo il nostro meglio e il più velocemente possibile per accompagnare la persona all'ospedale.

Ci affezioniamo ma poi una volta consegnata la persona ai medici per le cure dobbiamo andarcene ad aspettare una nuova chiamata, una nuova situazione, un nuovo paziente con cui cercare di fare il nostro meglio, per soccorrerlo fisicamente e per confortarlo della paura che tutti hanno quando stanno male.

Per una volta vogliamo essere noi a ringraziare.
Ringraziare quella famiglia che ha accolto un vecchio bisognoso in casa, ringraziare i ragazzi della volante che si sono prodigati (e magari ci sono pure riusciti visto come erano determinati a farlo) a scoprire chi fosse e chi potesse prendersene cura. Cose e persone che non si incontrano tutti i giorni.
Grazie signora dignitosa, grazie Mamma che piange, grazie ragazzo tutto tatuato, grazie ragazza che siedi sul tuo divano a fianco di un vecchio un po' puzzolente e lo carezzi, grazie ragazzina col sorriso, grazie poliziotti caritatevoli e determinati ad aiutare. Grazie che questa favola non sia fantasia ma la realtà di un turno in ambulanza ieri sera.


Marco Moniga
Soccorritore 118 Milano
www.squadrauno.com

 

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